ANNO 2 N° 1

Le Canne da Surfcasting - di Matteo Rocco

Tsunami Cittadini di un Unico Pianeta - di Fabrizio Del Monte

Una Giornata a Traina d'Inverno - di Paolo Castelnuovo

Le Canne da Surfcasting - di Matteo Rocco
Le canne del Surf Casting si dividono in due gruppi: ad innesto e telescopiche; classificate in ripartizione di sezioni, paraboliche e ad azione mista. Quelle a ripartizione di sezioni, o ad azione di punta, sono le più dure, ossia, le più potenti e richiedono una buona conoscenza della tecnica di lancio; mentre quelle paraboliche sono più elastiche e si adattano a tutti. Le canne più richieste, tuttavia, sono quelle telescopiche ad azione mista che si prestano bene per il trasporto, vista l'esigua lunghezza del manico. Di solito, per iniziare è meglio scegliere quelle più leggere con un "range” di potenza dai 50 ai 130 grammi, mentre dopo aver fatto un po' d'esperienza si può passare a quelle più dure e potenti. Ultimamente, la tendenza del mercato si è rivolta sulle canne telescopiche così dette tecniche, vale a dire, ad azione di punta con accumulo di potenza progressivo. Queste canne, rispetto alle precedenti, richiedono una maggiore conoscenza del lancio ma anche di una tecnica ben definita, altrimenti l'interpretazione viene a mancare, in altre parole: la moltiplicazione di spinta e di conseguenza la distanza.
Le Canne A Ripartizione Di Sezioni sono costruite in due elementi ad innesto ed hanno una struttura molto rigida.

Le sezioni che le caratterizzano sono tre: punta (cima), arco (moltiplicatore di potenza), e manico (leva). Di solito le CARDS sono costruite in due o tre pezzi: manico corto e cima lunga, oppure di uguale misura. Queste canne, a differenza di altre, sono concepite appositamente per il "Long Casting" e si differenziano da quelle da pesca per l'eccessiva rigidità e per la brusca variazione dell'azione in fase del caricamento. Con la stessa concezione, si costruiscono canne da pesca con una maggiore elasticità della cima, le così dette Canne ad azione mista. Tutto deriva dall'elasticità dell'arco che riesce a soddisfare le esigenze del lanciatore, per via di una minore forza nel caricamento e un effetto frusta superiore. La facilità gestionale la colloca un gradino più alto delle canne telescopiche e uno inferiore alle cards da competizione. Parlare di canne a ripartizione di sezioni (C.A.R.D.S.), vuol dire toccare un argomento molto particolare da non confondere con canne di uguale fattezza, simili ma non perfettamente ripartite. Con questo argomento cercherò di mettere in chiaro alcuni parametri, per lo meno, senza confondere i vari modelli di canne, capirle e metterle in atto.
Cercherò di aiutarvi sulla conoscenza della "moltiplicazione di spinta" data dall'arco e dalla leva. E' un argomento difficile da apprendere senza la dovuta esperienza, comunque, vi sarà utile per un dialogo e per conoscere eventuali limiti dell'attrezzo.
Per cominciare bisogna capire il concetto costruttivo della punta, arco e leva, che costituiscono un'informazione reale per saper gestire il fusto della canna con estrema sicurezza ma anche per avere un dialogo con l'attrezzo come se fosse parte di voi; altrimenti tutto diventa improbabile.

Vi sarà capitato, qualche volta, di veder lanciare un esperto lanciatore con una canna da lancio tecnico, ebbene, la prima cosa che vi avrà colpito sarà stata la tecnica con cui avete visto catapultare il piombo (con stile e facilità); perché quella canna si è piegata fino al manico senza alcuna forza ma solo con tecnica progressiva.
Questo é possibile grazie alla moltiplicazione di spinta che si riesce a dare, facendo lavorare la canna in un crescendo, dalla cima fino al tallone, fino ad ottenere la massima piega. La cima, molto morbida ed elastica, lascia spazio alla parte centrale dopo circa 60/80 centimetri, per poi interessare la parte sottostante (arco) che si indurirà in un crescendo brusco fino ad arrivare al manico che, anch'esso, secondo la dinamica, piegherà con la potenza inferta. Questo concetto, facile da reperire, diventa difficile nella realtà se non entra in ballo anche la tecnica. Si parla di tecnica, non basta vedere lo stile del lanciatore ma anche la maniera con cui si riesce a caricare una canna nel modo corretto, come un maestro suona il violino. Nel lancio tecnico si parla molto di "tempismo", sebbene, la base fondamentale del lancio dipenda dall'istante esecutivo necessario affinché il movimento atletico riesca a far caricare quel piombo da 150 grammi sino oltre i 40 chilogrammi.

La differenza tra una canna a ripartizione di sezioni e le altre, dipende dall'arco, che più si allunga, più si va verso un attrezzo parabolico, per esempio: la parte flettente della cima, quando supera gli ottanta centimetri fino ad arrivare a 100/200, diventa una canna ad azione promiscua mentre, se questi parametri sono superati, si dice parabolica.
Una c.a.r.d.s. da competizione è costruita in due pezzi: cima lunga 240 e manico da 150 centimetri, oppure da elementi di uguale lunghezza. Essi sono congiunti con innesti "spigot" o tipo
"Compound"- L'azione flettente è conferita da alcuni elementi importanti: conicità e composizione dei materiali.
Oggi, grazie all'esperienza acquisita, alcune aziende costruttrici, avvalendosi di personale esperto, costruiscono su progetto ben definito, canne telescopiche ad azione di punta, vale a dire, molto vicine al Rip con le quali é possibile fare anche il lancio tecnico (ground e pendolum cast).
Per la realizzazione di queste canne si utilizzano materiali pregiati, ma i più comuni sono i compositi avanzati costituiti da fibre di varia origine (vetro, carbonio, aramidica) inglobate in una matrice di resina (poliestere, vinilica, epossidica o fenolica) la quale non ha compiti di resistenza meccanica ma garantisce la coesione tra le fibre di uno stesso strato e tra strati adiacenti.
Tsunami Cittadini di un Unico Pianeta - di Fabrizio Del Monte
"Tsunami" è forse l'unica parola giapponese utilizzata e introdotta in tutte le lingue del mondo e identifica un fenomeno tipico e piuttosto frequente del Giappone.
Con il termine tsunami si intende un'onda gigantesca, anomala, che si abbatte con furia spaventosa seminando morte e distruzione. Solitamente uno tsunami si produce con notevole violenza a seguito di un terremoto sottomarino, di eruzioni vulcaniche, di impatti di meteoriti o frane sottomarine. La sua evoluzione avviene in tre stadi: generazione, propagazione ed inondazione. Un disturbo del fondo marino, come il movimento lungo una faglia, provoca un dislocamento verso l'alto di un certo volume d'acqua.
L'onda si propaga in acqua alta con una velocità paragonabile a quella di un aereo di linea e rallenta non appena entra in acque basse, e qualche volta invade la terraferma quasi come farebbe un'alta marea. Altre volte, invece, fenomeni di rifrazione e di ravvicinamento delle creste d'onda ne concentrano l'energia in una mostruosa muraglia d'acqua. L'energia dell'onda infatti è compressa in un volume più piccolo via via che essa si propaga in acque sempre più basse e, dato che la cresta è costretta a rallentare, viene incalzata da quella successiva. Questo fenomeno ne aumenta l'altezza, la velocità e la potenza mano a mano che la massa d'acqua si avvicina alla costa; da ciò deriva il nome tsunami che significa letteralmente "onda di porto". Le coste del Giappone ne sono le maggiori destinatarie, sia per la frequenza dei fenomeni sismici sottomarini che tormentano la zona antistante sia per quella gran massa d'acqua oceanica che non trova alcun ostacolo che ne smorzi la potenza,
prima di raggiungere il paese del Sol Levante. Il 12 luglio 1993 a Okushiri si è abbattuto uno tsunami di particolare violenza con onde alte oltre i 30 metri; le vittime in quel disastro sono state 239 e sarebbero state molte di più se non fossero state prese tutte quelle precauzioni che ormai fanno parte del bagaglio della protezione civile giapponese. Purtroppo, però, tale bagaglio non è presente in paesi più poveri, dove sempre più spesso avvengono catastrofi come quella a cui abbiamo assistito poco tempo fa, e di cui abbiamo ancora vividi ricordi nella nostra mente. Un'unica riflessione mi viene in mente: per quanto ancora potremo considerare di essere cittadini italiani e dimenticare di essere tutti abitanti di un unico pianeta?
Una Giornata a Traina d'Inverno - di Paolo Castelnuovo
Percorrendo le strade lungo i litorali laziali, scorrono nella mia mente le immagini dell’estate: periodo in cui questi luoghi sono affollati di bagnanti, il sole batte forte sulle automobili parcheggiate davanti ai chioschi, si respira una fresca brezza di mare, e le barche cariche di sogni di pescatori e diportisti completano quel sublime paesaggio di mare. Il senso d’immensità lascia perdere i miei pensieri in quel mare blu... E torno all’improvviso alla realtà di oggi: un vento gelido che spazza tutto via... è l’inverno... Ma anche tra queste gelide giornate... la fredda stagione può riservarci delle sorprese...

Chiediamo ad un pescatore esperto quali possano essere queste sorprese. Paolo Castelnuovo ci risponde:
“Molti pensano che con la fine dell’autunno, la stagione di pesca a traina sia finita, ma in inverno, sino a Marzo, si possono fare della belle catture sia di spigole che di dentici e ricciole.
Era un sabato dei primi giorni di Febbraio dell’ inverno scorso ed il Venerdi sera, decidemmo, insieme ad altri due amici che la mattina dopo avremmo tentato un’uscita a traina nonostante il gran freddo che faceva in quei giorni.
La mattina dopo, appuntamento alle sette e dopo avere reperito alcune seppie vive dai pescatori di Fiumicino, partiamo per l’Argentario dove c’è la barca di uno di noi ormeggiata.

La giornata è molto fredda, addirittura del ghiaccio sulla coperta della barca, ma con il sole che stiepidisce l’aria ed il mare calmo. Usciamo ansiosi di iniziare a pescare, in mare non c’è quasi nessuno.
Preparata l’attrezzatura, iniziamo a calare le esche in un punto dove altre volte avevo catturato dei bei dentici su di un fondale dai 25 ai 35 mt. Trascorre circa mezz’ora, ma non accade nulla quando improvvisamente una prima abboccata alla seppia trainata dal mio amico, ma purtroppo il dentice non è rimasto allamato.
Caliamo una nuova esca e dopo pochi minuti sullo stesso punto, ho io un’abboccata e questa volta un bel dentice di circa 4 kg. viene issato a bordo.

Continuiamo con le ultime due seppie rimaste e altre due mangiate, ma senza rimanere ferrati altri due pesci. Probabilmente uno era una ricciola , determinato dal tipo di abboccata.
Rientriamo in porto, nel primo pomeriggio, con la bella cattura, diventata dura per il freddo e con la soddisfazione di una bella giornata al mare d’inverno.”